La ruzäda äd San Zvàn

Prossimo appuntamento: 23 giugno 2018 Parco montagnola



rugiada di San Giovanni
La ruzäda äd San Zvàn a Sissa

a SISSA

 

VENERDI' 23 giugno 2017

al Parco La Montagnola 

 

 

 

TORTELLATA DI SAN  GIOVANNI  CON RUGIADA

La ruzäda äd San Zvàn a Viarolo
La ruzäda äd San Zvàn a Viarolo

a VIAROLO

 

VENERDI' 23 giugno 2017

al Parco Arcobaleno

TORTELLATA DI SAN  GIOVANNI  CON RUGIADA


la tradizione

Due sono le notti solstiziali: quella d’inverno del 24 dicembre (solstizio d’inverno)  e quella del 23 giugno (solstizio d’estate), antico retaggio celtico legato alla nascita del sole bambino e alla maturità del sole adulto.

E se la Vigilia di Natale è la festa della famiglia celebrata nell’intimità delle pareti domestiche, la notte di San Giovanni, di rigore, è trascorrerla all’aperto per beneficiare della provvida ruzäda ( rugiada) che, secondo la tradizione antica, sprigionerebbe benefici influssi sulla salute, sugli amori, sulle erbe, sui campi e sui fiori.

Le tradizioni agresti legate alla notte del solstizio estivo sono tantissime: dai falò, alla raccolta delle erbe medicamentose, all’ esposizione fuori dalla finestra delle coperte del letto e degli abiti dei congiunti onde preservare i tessuti dalle tarme e le persone dalle sciagure. Inoltre (e questa è una tradizione comune per tutto il nostro territorio) dopo la mezzanotte si raccolgono le noci per fare il balsamico nocino che risulta speciale solo se confezionato con le noci baciate dalla rozäda äd San Zvan.

La tradizione popolare racconta che la notte del 23 Giugno, solstizio d’estate, le erbe abbiano il massimo potere curativo.

L’iperico contro il malocchio, la camomilla calmante, la malva antiinfiammatoria, ma venivano anche raccolti foglie e frutti delle piante: i petali di rosa canina e i fiori di sambuco contro la tosse, le bacche dell’olmo per curare le ferite…


La notte di San Giovanni, dunque, è definita anche “notte delle streghe” che la tradizione vuole vedere danzare sotto un noce

E’ la notte dei falò che i nostri vecchi accendevano per perpetuare un rito magico interpretato da alcuni studiosi come magia purificatrice atta a scacciare i demoni e le forze occulte della natura.

La terra si imbeve di strani influssi e le erbe medicinali, madide di rugiada, acquistano maggiore efficacia.

 Il felce maschio – ad esempio – nella notte di San Giovanni fiorisce e sfiorisce per il fatto che a mezzanotte lascia cadere il proprio seme e, chi lo trova, sarà fortunato e rinverrà, chissà dove, un prezioso talismano.

 Il prezzemolo bollito e messo in fusione preserverà dall’invidia, dalla stregoneria e dal malocchio.

Le ragazze, per trovare l’amore, dovevano, sempre e rigorosamente nella notte solstiziale, strofinare sulla mentuccia dei campi la parte più intima del corpo.

I contadini, dal canto loro, erano fermamente convinti che inumidendosi il viso con le foglie di tarassaco, imbevute di rugiada, avrebbero combattuto i malanni.

Anche le rezdore custodivano i loro segreti, infatti usavano esporre, quella notte, le coperte del letto e gli abiti dei congiunti che avevano più cari onde preservare gli abiti dalle tarme e le persone dalle sciagure.

La rugiada ed il clima purificatore della notte äd San Zvan servivano a rendere più bianca la tela che veniva stesa sull’erba.

Sempre il 23 giugno si cavava l’aglio e lo scalogno che venivano stesi nell’orto perché la rugiada potesse irrorarli e quindi preservarli dal marciume.

Ed allora, con l’intento di preparare un herbario solstiziale estivo, si possono raccogliere l’artemisia (cintura del diavolo) che ha il potere di rendere fertili, l’iperico (scacciadiavoli) ritenuto potentissimo contro i malefici ed il malocchio, la camomilla (da raccogliere con la mano sinistra facendo attenzione che i fiori non tocchino terra), la malva e la ruta (che preservavano dal malocchio bambini e giovani coppie di sposi), la savina perché ricca di virtù curative, il ranuncolo doppio (pè d’oca) per impacchi contro le vesciche, la chelidonia maggiore (erba sardogna) il cui lattice giallognolo era efficace per estirpare verruche e fare cadere denti doloranti, il camedrio (erba ed cursola) dalle proprietà diuretiche depurative, il semprevivo dei tetti (guerda cà) per curare herpes, orecchioni e combattere il malocchio. Inoltre con le dita medicinali (pollice e anulare) si raccoglievano l’elleboro nero e lo stramonio che preservavano dal malocchio e curavano l’isteria.

Ed ancora: il tasso barabasso utilissimo a mitigare i dolori, la dulcamara come efficace rimedio per la malattie della pelle, l’erba morella, il terribile giusquiano veleno potente che addorment il dolore, la belladonna utilizzata per calmare gli spasmi dei parti, mandragora e datura capaci di procurare sortilegi e deliri. Si raccoglievano pure, battezzate dalla rugiada, le galle (gurgali) per curare dissenterie ed emorroidi, l’assenzio (medegh) utilizzato come cardiotonico e somministrato anche ai conigli imbalonè (con il ventre gonfio), la gomma-lacca dei ciliegi per preparare oli contro i reumatismi, le bacche dell’olmo per curare tagli e ferite, i petali della rosa canina contro la tosse.

 Altre simpatiche usanze imponevano ai mariti di donare alla rezdora, la notte di San Giovanni, un mazzetto di fiori di zucca imperlati di rugiada in segno di fortuna, abbondanza e, alle giovani coppie, augurio di numerosa prole.

Altre tradizioni vogliono che nella notte solstiziale siano strappate alcune foglie di rafano (cren) quindi conservate sotto’olio e, con l’unguento che si andava a formare, si potevano fare massaggi durante l’inverno per lenire i dolori artritici; l’altra tradizione (in uso nella pedemontana) consigliava alle ragazze da marito di mangiare, nella notte di San Giovanni, una strana insalata composta da fiori di acacia e petali di rosa, il tutto condito con olio, sale e pepe: era convinzione comune che questo profumatissimo mix vegetale favorisse incontri amorosi e facilitasse la fecondità nelle spose.

 Un fiore magico e fiabesco, che la gente dei monti ritiene, secondo un’antica leggenda, essere l’ ombrello del folletto, è il giglio dei boschi dall’affascinante color mattone che, nella notte di San Giovanni, era convinzione dei nostri vecchi parlasse agli animali del bosco spandendo attorno a sé una luce soave. La gente dei campi festeggiava San Giovanni, non solo per un fatto propiziatorio, quanto per un’esigenza purificatrice. La terra, infatti, dopo il raccolto aveva la necessità di essere purificata dalla rugiada per essere pronta a ricevere la nuova semina.

 Tradizioni senza senso e senza età, usanze che si sono tramandate nel tempo ma che, alla fin fine, celano delle loro verità evanescenti ed eteree come la schiuma del lambrusco con il quale si brindava fino a che si azzurrava il cielo di questa magica notte padana. (estratto da uno scritto di Lorenzo Sartorio)

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