MUSEO DELLA MEMORIA  di Fausto Catelli

 

 

 

 

Via co' di sopra, 2

Gramignazzo di Sissa Trecasali

 

Prenotazioni visite telefonando al n. 3661313974 - Sig. Fausto Catelli

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Giovannino Guareschi, IMI 6865

 

Giovannino Guareschi, il papà di Don Camillo e Peppone, fu uno dei 600mila internati militari italiani. Per i tedeschi era il numero di matricola 6865. Catturato il 9 settembre 1943 ad Alessandria, liberato il 16 aprile dagli alleati, tornò in Italia quasi due anni dopo, il 4 settembre 1945. Era tenente di complemento di Artiglieria pesante campale. Durante il periodo di prigionia, trascorso tra i lager di Bremerworde, Sandbostel, Czestochowa, Benjaminovo e Wietzendorf, mise a disposizione dei compagni di sventura il suo talento di scrittore,  fine umorista e conoscitore dell’animo umano. Girando per le baracche, con le sue storielle allegre e amare, poetiche, divertenti, ironiche, graffianti, si dava un gran daffare per tenere alto il morale della “truppa”, strappandola per qualche minuto ai patimenti e ai morsi della fame. Storielle che la censura nazista, non afferrandone i significati reconditi, giudicava innocue ma che erano, in molti casi, dure reprimende contro chi aveva trascinato il mondo in guerra. Durante la prigionia - tra note, appunti, scritti, disegni - mise insieme, come disse egli stesso, tanto materiale “da scrivere un volume da duemila pagine”. “Cotanta opera”, per sua stessa scelta, non fu però mai pubblicata, in compenso vennero alla luce tre libri di dimensioni più modeste, ma con dentro tutto quello che occorreva dire sull’esperienza della deportazione: Diario clandestino (1949), La favola di Natale (1945) e Ritorno alla base (quest’ultimo uscito postumo nel 1989, a cura dei figli Alberto e Carlotta). In essi, c’è l’Abc del Guareschi-prigioniero, non una parola di più, non una di meno. Il Diario clandestino, che è frutto di un “assemblaggio” di testi letti pubblicamente nei lager  (e quindi approvato da tutti gli internati) è, al riguardo, molto significativo sin dall’introduzione, intitolata ISTRUZIONI PER L’USO. In queste prime pagine emerge un elemento che Giovannino considera fondamentale: la dignità e la forza d’animo con cui, nonostante la drammaticità della situazione, gli Imi affrontarono la lunga stagione della prigionia. Guareschi, da questa triste esperienza, riuscì a tratte qualcosa di buono: imparò a conoscere meglio se stesso.

“Io, insomma, come milioni e milioni di personaggi come me migliori di me e peggiori di me, mi trovai invischiato in questa guerra in qualità di italiano alleato dei tedeschi, all’inizio, e in qualità di italiano prigioniero dei tedeschi alla fine. Gli anglo-americani nel 1943 mi bombardarono la casa, e nel 1945 mi vennero a liberare dalla prigionia e mi regalarono del latte condensato e della minestra in scatola. Per quello che mi riguarda, la storia è tutta qui. Una banalissima storia nella quale io ho avuto il peso di un guscio di nocciola nell’oceano in tempesta, e dalla quale io esco senza nastrini e senza medaglie ma vittorioso perché, nonostante tutto e tutti, io sono riuscito a passare attraverso questo cataclisma senza odiare nessuno. Anzi, sono riuscito a ritrovare un  prezioso amico: me stesso…. Per venire alla mia storia, dirò che io assieme a un sacco d’altri ufficiali come me, mi ritrovai un giorno del settembre 1943 in un campo di concentramento in Polonia, poi cambiai altri campi, ma dappertutto la faccenda era la stessa dei campi di prigionia…. L’unica  cosa interessante, ai fini della nostra storia, è che io, anche in prigionia conservai la mia testardaggine di emiliano della Bassa: e così strinsi i denti e dissi: Non muoio neanche se mi ammazzano!. E non morii. Probabilmente non morii perché non mi ammazzarono: il fatto è che non morii. Rimasi vivo anche nella parte interna e continuai a lavorare….  E così trascorsi buona parte del mio tempo passando da baracca a baracca dove leggevo la roba appunto di cui questo libriccino vi dà un campionario… Non abbiamo vissuto come i bruti. Non ci siamo rinchiusi nel nostro egoismo. La fame la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo dimenticato mai di essere uomini civili, uomini con un passato e un avvenire…La Patria si affacciava ogni tanto alla siepe di filo spinato, ed era vestita da generale: ma sempre veniva a dirci le solite cose: che il dovere e l'onore e la verità e il giusto erano non nella volontaria prigionia, ma in Italia dove petti di italiani aspettavano le scariche dei nostri fucili. Fummo peggio che abbandonati, ma questo non bastò a renderci dei bruti: con niente ricostruimmo la nostra civiltà. Sorsero i giornali parlati, le conferenze, la chiesa, l'università, il teatro, i concerti, le mostre d'arte, lo sport, l'artigianato, le assemblee regionali, i servizi, la borsa, gli annunci economici, la biblioteca, il centro radio, il commercio, l'industria. Ognuno si trovò improvvisamente nudo: tutto fu lasciato fuori del reticolato: la fama e il grado, bene o male guadagnati. E ognuno si ritrovò soltanto con le cose che aveva dentro. Con la sua effettiva ricchezza o con la sua effettiva povertà. E ognuno diede quello che aveva dentro e che poteva dare, e così nacque un mondo dove ognuno era stimato per quello che valeva e dove ognuno contava per uno. Niente mutò nel Lager: sempre la stessa sabbia, sempre le stesse baracche, sempre la stessa miseria. Ma c'era tutto quello di cui abbisogna un uomo civile per vivere con civiltà in un mondo civile”.

L’esperienza nei lager segnò profondamente la vita di Guareschi. I quasi due anni (19 mesi da prigioniero sotto i tedeschi e 5 da “libero”, prima del rimpatrio, sotto gli americani) trascorsi in Polonia e Germania gli rimasero attaccati come un marchio inciso sulla pelle. Giovannino, anche dopo la liberazione, si sentì eternamente legato ai compagni di prigionia. Con la pubblicazione dei suoi scritti dal lager volle, in qualche modo, dare voce ad essi, strappandoli dal colpevole dimenticatoio in cui finirono, sia durante la prigionia che una volta tornati a casa. L’internamento fu disperazione, fame, dolore nel corpo e nel cuore. Ecco, con la solita ironia, cosa scrive a proposito della fame (da Diario clandestino). 

NOI POVERI (20 gennaio 1945): “Tutti attorno al padre cappellano T. dei Cappuccini, il quale parla della zuppa che il suo convento dava ogni giorno ai mendicanti e – a richiesta dei presenti – precisa gli ingredienti usati nella confezione dell’intruglio e la loro proporzione: <<Cavoli 300 grammi, grasso di cavallo 30 grammi…>>. Così siamo ridotti: ci si accontenta di poco: della descrizione della minestra dei poveri”.

L’uomo, secondo Guareschi, quando è ha posto con la propria coscienza, non ha paura di nulla e nulla ha da temere. Può essere piegato dalla violenza e dalle privazioni, ma nel suo animo resterà sempre in piedi e sempre libero. Anche il grande Reich tedesco, l’aguzzino che infligge tante sofferenze, è impotente di fronte ad esso. E’ molto chiaro, al riguardo, il brano SIGNORA GERMANIA (dalla conversazione “Baracca 18”, lager di Beniaminovo, 1944; Diario clandestino): “Signora Germania, tu mi hai messo fra i reticolati e fai la guardia perché io non esca. È inutile signora Germania: io non esco, ma entra chi vuole. Entrano i miei affetti, entrano, i miei ricordi. E questo è niente ancora, signora Germania: perché entra anche il buon Dio e mi insegna tutte le cose proibite dai tuoi regolamenti. Signora Germania, tu frughi nel mio sacco e rovisti fra i trucioli del mio pagliericcio. È inutile, signora Germania: tu non puoi trovare niente, e invece lì sono nascosti documenti d'importanza essenziale. La pianta della mia casa, mille immagini del mio passato, il progetto del mio avvenire. E questo è ancora niente, signora Germania. Perché c'è anche una grande carta topografica al 25.000 nella quale è segnato, con estrema precisione, il punto in cui potrò ritrovare la fede nella giustizia divina. Signora Germania, tu ti inquieti con me, ma è inutile. Perché il giorno in cui, presa dall'ira farai baccano con qualcuna delle tue mille macchine e mi distenderai sulla terra, vedrai che dal mio corpo immobile si alzerà un altro me stesso, più bello del primo. E non potrai mettergli un piastrino al collo perché volerà via, oltre il reticolato, e chi s'è visto s’è visto. L'uomo è fatto così, signora Germania: di fuori è una faccenda molto facile da comandare, ma dentro ce n'è un altro e lo comanda soltanto il Padre Eterno. E questa è la fregatura per te, signora Germania”.  

La dignità e lo spirito “resistente” degli internati si manifestano, in particolare, quando essi, rinunciando alle promesse e alle lusinghe di una vita migliore, rispondono “No” agli appelli dei nazisti o dei fascisti a sposare la causa delle forze dell’Asse. L’episodio intitolato STORIE DI WIETZENDORF (7 gennaio 1945, Diario Clandestino), si riferisce ad una di queste circostanze: “Il <<capitano del lavoro>> convocò nella baracca del Teatro sessanta <<tecnici>> scelti a caso, e parlò dell’opportunità di collaborare col popolo tedesco  allo scopo di salvare l’Europa dal bolscevismo. Accennò all’immancabile vittoria finale del Grande Reich, fece comprendere che nuove armi formidabili erano già state apprestate, indi si disse pronto a prendere nota dei desiderata dei presenti.   Accingendosi alla compilazione della nota dei volontari, premise (perché i tecnici convocati erano sessanta, ma i presenti erano cinquecento): <<Noi abbiamo bisogno di gente che abbia realmente desiderio di lavorare per noi.  Chi non ha voglia di lavorare per noi può uscire>>. Allora tutti uscirono, e il capitano rimase solo a guardarsi in faccia con l’interprete. <<Razza di fannulloni!>>, borbottò rimettendosi in tasca la stilografica”.

Nonostante le indicibili sofferenze, la maggior parte degli Imi riuscì a scampare alla fame, alle malattie, alle violenze, e a tornare a casa. Come? Aguzzando l’ingegno (nei campi, come emerge anche nell’introduzione del Diario, sorsero traffici e iniziative di ogni tipo finalizzate alla “sopravvivenza”) e appellandosi alla forza d’animo che è  negli uomini. Guareschi, da questo punto di vista,  sottolinea  l’importanza di sognare ad occhi aperti, coltivando la speranza di riuscire un giorno a riabbracciare i propri cari. Il sogno tiene in vita, un uomo che può sognare è un uomo libero. 

IL SOGNO (“Bertoldo parlato”, Sandbostel, 1944; Diario clandestino): “A noi è concesso soltanto sognare. Sognare è la necessità più urgente perché la nostra vita è al di là del reticolato, e oltre il reticolato ci può portare solamente il sogno. Bisogna sognare: aggrapparsi alla realtà coi nostri sogni, per non dimenticarci d'esser vivi. Di queste inutili giornate fatte di grammi, di cicche o di miseria, la sola parte attiva, la sola parte vitale saranno i nostri sogni. Bisogna sognare: e, nel sogno, ritroveremo valori che avevamo dimenticato, scopriremo valori ignorati, ravviseremo gli errori del nostro passato e la fisionomia del nostro avvenire. Sediamoci fuori della baracca: proiettiamo le visioni del nostro desiderio sullo schermo del cielo libero e sogniamo (gli occhi bene aperti e la mente vigile) costruendo noi stessi la trama della vicenda immaginaria, soggettisti, registi, attori, operatori e spettatori del nostro sogno”.

Guareschi sognava e faceva sognare. Per sollevare il morale dei compagni girava di baracca in baracca a narrare le sue storie. E’ molto divertente (ma insieme amaro), questo racconto tratto da Ritorno alla base. LA FIDANZATA DI LUIGI: “Sono brani delle lettere che una ragazza scrive al suo fidanzato internato. Li riportiamo in ordine di data. 

Milano, 2 novembre 

Mio adorato Luigi, il signor tenente Antonio Merlecchi che era con te al Campo Y è rientrato con gli aderenti e mi ha portato tue notizie. Che gioia! Ma perché, in nome di Dio, non rientri anche tu? Perché non fai come lui? Aderisci, Luigi!... 

Milano, 3 dicembre 

Mio adorato Luigi, ho parlato di te con il tenente Merlecchi ed egli mi ha detto della tua triste vita e delle tue idee. Ma sei proprio sicuro di agire bene? Non sarebbe meglio che tu tornassi? Pensaci, Luigi!... 

Milano, 5 gennaio 

Mio adorato Luigi, io e Il signor Merlecchi abbiamo avuto modo di parlare ancora di te. E del tuo sacrificio e della tua fierezza. Comincio ad avere dei dubbi: che tu abbia ragione, Luigi?... 

Milano, 7 febbraio 

Mio adorato Luigi, io e Merlecchi abbiamo lungamente parlato di te e della tua indomita fierezza. Ero cieca, Luigi, ma ora comprendo la nobiltà del tuo fine. Bravo Luigi!... 

Milano, 8 marzo

Mio adorato Luigi, oggi con Antonio s'è parlato nuovamente di te e abbiamo riconosciuto la grandezza della tua forza d'animo. Ti ammiro, Luigi!...

Milano, 10 aprile 

Mio adorato Luigi, oggi io e Tonino ti abbiamo ricordato con inenarrabile commozione e con inesprimibile affetto. Oh, la rettitudine del tuo animo! O la bellezza della tua sofferenza! Anche Tonino è entusiasta di te (a proposito: il mese venturo io e Tonino ci sposiamo) tieni duro Luigi!”.

Chiudo, tornando ad un racconto più triste e struggente, che trovo bellissimo perché rende bene l’idea del dramma nel quale hanno vissuto gli internati e più in generale del dramma della guerra. Dietro ogni soldato c’è un uomo, che ha degli affetti, che ha delle persone che lo amano e lo aspettano a casa: una moglie, una fidanzata, dei figli, i genitori….. 

LA SPERANZA (25 gennaio 1945; Diario clandestino): “All’infermeria è morto di fame il capitano P. Diciotto mesi fa, pochi giorni prima d'esser catturato dai tedeschi in Francia, aveva comperato tre tavolette di cioccolata da portare ai suoi bambini. Le tre tavolette lo seguirono nella strada della deportazione e della fame, ed egli sempre le custodì gelosamente fra i poveri stracci del suo sacco, e ogni tanto le cavava fuori e le guardava sorridendo, e pensava ai suoi bambini. È morto di fame nell'infermeria, stringendo fra le mani le tre tavolette  di cioccolata intatte”.

Gli Imi devono molto a Guareschi. Rimasti per lungo tempo ai margini dell’interesse degli studiosi,  l’unico che ha tenuto accesa la fiammella della memoria è stato il grande giornalista-scrittore della Bassa. Lo ha fatto a suo modo: dicendo tutto quello che c’era da dire, con poesia e ironia.   

Mauro Cereda, giornalista, si è occupato del tema degli internati militari nel libro “Storie dai lager” (Edizioni Lavoro, 2004). Il volume raccoglie le voci di ventuno ex deportati, un’intervista allo storico (ed egli stesso ex Imi), Claudio Sommaruga, e due testimonianze "indirette": quella del segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta, che in Germania perse il padre Giuseppe Francesco, e quella di Alberto e Carlotta Guareschi, i figli di Giovannino, a cui è dedicato anche un saggio, corredato da alcuni suoi disegni. 

 

fonte: http://www.deportati.it/archivio/imi_cereda.html

IN RICORDO DI ERNA FINCI VITERBI

Per onorare la memoria di Erna Finci Viterbi, sostenitrice, assieme al marito Andrew, della Associazione la Fornace che ha l'obiettivo di ristrutturare gli edifici della Fornace PIZZI per riconvertirli ad uso pubblico, pubblichiamo un articolo che ne ripercorre la fuga e poi la salvezza negli anni della Shoah. Nell'articolo che segue, Liliana Picciotto descrive la vicenda di Erna Finci, ancora bambina, e della sua famiglia, fuggita da Sarajevo nel 1941, internata a Gramignazzo in provincia di Parma e da là, nel 1944, passata clandestinamente in Svizzera. Le immagini sono state gentilmente concesse da Andrew Viterbi.

   

I Finci. Una famiglia ebraica in fuga da Sarajevo a Parma al Monte Bisbino (1941-1944)*                             di Liliana Picciotto 

 

In ricordo di Erna Finci Viterbi (20 gennaio 1934 - 17 febbraio 2015). 

Nei giorni che precedettero il Natale del 1941, davanti agli occhi stupiti degli abitanti della frazione di Gramignazzo di Sissa - centro agricolo della Bassa Parmense appoggiato alla foce del fiume Taro che conta poche centinaia di abitanti -, si parò una scena inusuale.

All'entrata della locanda  del paese, gremita di uomini che, appesi i tabarri al chiodo, fumavano e giocavano animatamente a carte,  dalla corriera in arrivo da Parma, scese un folto gruppo di civili carichi di valigie e bambini.  Con  i loro abiti da città, volgevano intorno uno sguardo disorientato  alla ricerca di qualcuno che li accogliesse o gli dicesse dove andare, dove dormire, dove appoggiare le  cose. Erano la famiglia ebraica di Kalmi Musafija (1873) e la moglie Rifka Montiljo (1874), con i numerosi  figli, figlie e generi: Jacob (1895), Regina (1900), Lenka (1904), Haim (1905). Regina era con il marito Alberto  Finzi (1894) e i due ragazzi Kalmi (1927) e Moise 1923); Lenka  era con il marito Josef Finci (1895) e due bambini, Asher (1929) e Erna (1934). In tutto erano 12 persone. Altre 8 persone della grande famiglia  si erano fermate a Sissa, a pochi chilometri di distanza.

Le prime notti, i Musafija/Finci/Finzi dormirono nella locanda, faceva molto freddo, la proprietaria, il giorno dopo il loro arrivo, procurò loro  scaldini da letto denominati popolarmente "prete", cosa sulla quale  bonariamente  la famiglia ironizzò a lungo.

Una famiglia del luogo fu pronta ad affittare locali agli jugoslavi, i Pagliari, proprietari terrieri che affittavano già un pezzo della stessa casa ai loro mezzadri,  i Ponghellini. La famiglia Ponghellini che fu decisiva per creare attorno ai Finci serenità e benessere, era composta da Telesforo, la moglie Emma, il figlio Enzo con la moglie Esterina Poletti e il piccolo Nino. 

Anche i Pizzi, Rolando, proprietario terriero, e Giovanni, proprietario della locale fabbrica di mattoni, senza minimamente scomporsi per il fatto di avere contatti con ebrei, fece lo stesso, malgrado posizioni di rilievo che avevano ricoperto nell'apparato fascista.  Giovanni era stato, infatti, Podestà di Sissa, mentre Rolando era uno dei fondatori della locale sezione del Fascio.   Rolando offrì in affitto alcuni locali della sua cascina, in pieno accordo con il fratello Giovanni.

A Sissa, si sistemarono la sorella di Alberto Finzi, Zimbula (1905),  suo marito Isidoro Papo (1892) e i ragazzi, Haim (1924) e Rena (1930);  nella stessa cittadina: un  fratello di Isidoro, Abramo Papo (1888), con la moglie Zafira (1892) e due figli, Jacob (1913) e Josef (1923).

Da dove venivano questi stranieri? Venivano da lontano, il loro paese era la Jugoslavia, la loro città di origine era Sarajevo, ridente capoluogo della Bosnia Erzegovina. Elevata di 500 metri sopra il livello del mare,  era un vivace e tranquillo crocevia della cultura islamica e della cultura greco-ortodossa che contava anche una minoranza di circa 8.000 cittadini ebrei, molto ben inseriti nella vita culturale e sociale locale.

L'anziano Kalmi Musafija  era un importatore all'ingrosso di caffè e aveva continui contatti con commercianti triestini,  la famiglia della figlia Lenka, Finci,  osservante delle tradizioni ebraiche ( il padre di Josef era rabbino),  possedeva la più importante carto-libreria del centro, la famiglia dell'altra figlia Regina, Finzi, era commerciante in camicie.

Erano persone di una certa educazione e benestanti,  godevano della stima e della considerazione della borghesia cittadina. La loro lingua domestica era il serbo-croato ma parlavano anche il ladino, dialetto castigliano inframmezzato da parole ebraiche, parlato da molti ebrei del Mediterraneo. Nel 1939, una parte della famiglia era emigrata nell'allora Palestina realizzando un'idea sionista che era abbastanza diffusa nella comunità ebraica di Sarajevo.

 

L'orizzonte si oscurò con i venti di guerra suscitati da Hitler e da Mussolini.  Il 6  aprile 1941, l'esercito italiano attaccò la Jugoslavia simultaneamente a quello tedesco. Le condizioni di resa furono dettate dai vincitori il 17 aprile 1941 e il territorio jugoslavo dichiarato occupato. Tramite accordi bilaterali con gli stati confinanti, fu deciso lo smembramento della regione a favore dell'Ungheria, della Bulgaria, del Reich, dell'Italia, dell'Albania.

L'Italia si annesse la Slovenia meridionale e la fascia costiera dalmata, mentre la parte orientale del Montenegro, la Macedonia occidentale e la Grecia nordoccidentale furono annesse all'Albania determinando così la Grande Albania, sotto tutela italiana.

Quello che restava del vecchio territorio fu trasformato in un nuova entità statale denominata Stato Indipendente di Croazia, con capitale Zagabria e con a capo Ante Pavelic, fondatore del movimento ustascia (letteralmente: ribelle). Legato fin dal 1929 da amicizia con il governo fascista italiano, era stato da questo sempre foraggiato e assecondato nella speranza di ricompense, sia in termini territoriali, sia di estensione  di zona di influenza (contropartite che effettivamente l'Italia ottenne). Dopo anni di esilio, protetto dalla polizia in Italia,  Ante Pavelic dal suo quartier generale di Pistoia, alla fine del marzo 1941, chiamò a raccolta i suoi ustascia. Era il nucleo formato  da 500 uomini della sua milizia, che fu vestito  con vecchie uniformi coloniali italiane cui furono sostituite le mostrine e i simboli. La politica di Pavelic era di odio nei confronti  di una Jugoslavia multietnica e di intolleranza verso la presenza di serbi, ebrei e zingari nei suo territorio.

Si calcola che gli ebrei rimasti intrappolati nel nuovo Stato  fossero ben 38.000 tra locali e profughi, localizzati soprattutto a Zagabria (12.000 ebrei) .Caddero in balia dell'antisemitismo selvaggio, delle rapine, delle violenze sulle donne, dei maltrattamenti in campi di concentramento e, dalla metà di aprile,  delle ordinanze antiserbe e antiebraiche  governative.  Già il 30 aprile 1941 fu emanata  la legge sull'appartenenza razziale.

Presi dal panico, gli ebrei cercarono in tutti i modi di lasciare le loro residenze, pagando a caro prezzo  i funzionari locali per ottenere certificati falsi di identità. Unico modo per poter viaggiare sui treni e raggiungere le zone italiane  era infatti  di farsi passare per non ebrei.  I territori annessi dall'Italia erano diventati  un miraggio da raggiungere per trovare scampo dalla caccia da parte degli ustascia.

I tre nuovi territori italiani annessi con decreto del 19 maggio 1941, distinti e lontani tra loro, erano amministrati nel modo seguente: la fascia costiera a sud-est di Fiume con le città di Susak e di Bakar erano state assorbite amministrativamente dalla Provincia di Fiume, con a capo il Prefetto locale; la metà meridionale della Slovenia  con la città di Lubiana era amministrata da un Alto Commissario; la costa dalmata tra Split (Spalato) e Zara  con le isole costiere e i dintorni di Kator (Cattaro) fu amministrata  da un Governatore della Dalmazia, Giuseppe Bastianini, per un anno e mezzo, a partire da metà giugno del 1941.

Si calcola  che gli ebrei riusciti a sconfinare verso i territori italiani o territori sotto amministrazione militare italiana (Seconda Zona) tra l'epoca dello smembramento della Jugoslavia ( aprile 1941) e l'armistizio (8 settembre 1943) siano stati circa 6.700-6.800.  Di questi,  un migliaio o poco meno furono respinti alla frontiera, 2.660 circa furono internati in Seconda Zona, territorio occupato militarmente, ma non annesso dall'Italia mentre gli altri furono per lo più trasferiti in internamento in territorio italiano vero e proprio (campo di Ferramonti di Tarsia, e vari comuni di libero internamento). Secondo gli studi di Anna Pizzuti, che qui ringrazio per la cortese informazione, gli ex jugoslavi che si trovarono nella Penisola italiana dopo la caduta di Mussolini dell'estate del 1943, erano 3.150.

Il confine più difficile da superare tra i tre era sicuramente quello della Provincia di Fiume, il cui Prefetto, Temistocle Testa, applicava con durezza il principio sia dei respingimenti, sia degli allontanamenti.

In Croazia, più tardi, a partire dal luglio del 1942, gli ebrei si ritroveranno in pericolo  non solo a causa delle violenze delle milizie ustascia, ma anche perché in quell'epoca la politica dello sterminio di tutti gli ebrei d'Europa da parte tedesca si sarebbe ulteriormente organizzata e un accordo tra Governo Croato e Governo tedesco a quel proposito sarebbe stato perfezionato. Secondo tale accordo, gli ebrei  arrestati dovevano essere consegnati alla Polizia tedesca per essere deportati verso i territori orientali ( eufemismo che intendeva il campo di sterminio di Auschwitz) , i loro beni incamerati dal governo croato, mentre lo stesso governo avrebbe versato ai tedeschi una somma di 30 marchi per ebreo deportato. 

Chi riusciva a passare la linea di demarcazione italo-croata e si presentava alle autorità italiane era soggetto a due tipi diversi di provvedimento: a) essere respinti e riconsegnati di fatto agli ustasha, b) una volta penetrati nel territorio italiano essere internati in appositi campi di internamento locali sotto sorveglianza dell'esercito, o essere "deportati"  in territorio italiano propriamente detto per esservi internati. 

Quest'ultimo provvedimento, che di fatto era un provvedimento poliziesco, era però particolarmente gradito agli ebrei. L'Italia, a confronto con la Croazia, appariva un'oasi di sicurezza. Per altri due anni infatti non ci fu all'orizzonte né occupazione tedesca, né tutto quello che ne discendeva in termini di persecuzione antiebraica che attentava alle vite stesse.

Durante i bombardamenti di Sarajevo, l'appartamento di Josef Finci in via Cemerlina venne danneggiato,  i famigliari si trasferirono presso i genitori della moglie, Kalmi e Rifka Musafija,  in un edificio al centro della città. Era un appartamento grande e i Musafija erano stati obbligati a cederne una parte ad un ufficiale della Wehrmacht e al suo attendente. Questo fastidio si rivelò poi una fortuna perchè fu probabilmente uno di loro, a metà maggio del 1941, ad avvisare che tutti gli ebrei erano in pericolo e che avrebbero fatto bene a lasciare la Jugoslavia.

Un amico serbo ortodosso, direttore della ferrovia jugoslava, informò i  Finci che doveva recarsi nel Montenegro  occupato dalle truppe italiane, e che era disponibile ad accompagnarli colà. La grande famiglia patriarcale, costituita da 20 membri, partì in treno, munita  di documenti falsi con nomi musulmani, verso sud est. C'erano i capostipiti , con i discendenti diretti e indiretti e con i generi e i cognati delle figlie. L'altra figlia di Kalmi, Lotte Musafija (1909), con lo sposo Max Najmann (1898) e con il figlio Roberto (1939), abitava a Belgrado e raggiunse il resto della famiglia più tardi a Spalato.

A Cetinje si consegnarono all'esercito italiano e vissero per qualche mese in pace in una casa presa in affitto. Poco tempo dopo, nel luglio del 1941, iniziò la sollevazione della popolazione montenegrina contro gli italiani. Ci fu un attentato da parte di resistenti  locali e la conseguente repressione. Durante una retata fra la popolazione civile, caddero nella rete anche gli uomini della famiglia Musafija/Finci/Finzi/Papo. Le donne si recarono a visitare i parenti  e la piccola Erna Finci ricorda che ebbe una crisi di pianto nel vedere i suoi cari imprigionati. Le autorità italiane dopo poco, riconobbero che gli ebrei non avevano nulla a che fare con la rivolta montenegrina e li rilasciarono.

Dopo tale episodio, la grande famiglia decise di lasciare al più presto Cetinje e di spostarsi verso la costa adriatica, a Spalato, in territorio annesso, assimilato all'Italia vera e propria.

 Le autorità italiane decisero per loro l'internamento in Italia con lo status di "internati civili di guerra". L'internamento rispondeva all'idea di Bastianini di non doversi occupare di masse di profughi che non poteva sorvegliare e che sostavano fastidiosamente sul suo territorio. Anche l'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane si era fatta sentire con le autorità perché i profughi avessero una qualche assistenza e fossero riuniti in un luogo protetto. Il gruppo dei  1.500 profughi che si trovava a Spalato fu pertanto internato in Italia nel quadro della evacuazione di civili dalla Dalmazia.  Fu una questione di tempi, le autorità italiane fecero internare in Italia un contingente di profughi, mentre, agli inizi del 1942, il Ministero dell'Interno, per mancanza di capienza di luoghi di internamento, impose l'internamento non proprio in Dalmazia ma nei territori della Croazia occupati militarmente dall'Italia,  oppure il respingimento oltre la linea di demarcazione italo-croata.

I Finci/Finzi/Papo/Musafija/Najmann si erano mossi, fortunatamente, per tempo e rientrarono perciò  in un contingente di 1.186 persone fatte entrare in Italia a partire dal 15 novembre 1941 per esservi internate in piccoli centri dell'Italia settentrionale, nelle province di Aosta, Asti, Treviso, Vicenza e Parma.   

La grande famiglia fu dunque caricata, assieme ad altri profughi e senza sapere dove era diretta,  sulla nave Cattaro e, dopo alcuni giorni di viaggio di navigazione nel mare Adriatico, fatta sbarcare a Trieste.

 Le destinazioni immediate furono due: San Vincenzo alla Fonte in Val d'Aosta (i tre Najmann), vari luoghi della provincia di Parma gli altri. Ci  furono spostamenti successivi e tutti, o quasi, i membri della grande famiglia finirono più tardi internati a Sissa o nelle vicinanze. 

La numerosa famiglia Musafija, con figli e nipoti facevano parte del contingente di profughi Jugoslavi di Sarajevo diretti in provincia di Parma. Erano 212 persone, secondo il telegramma che il Ministero dell'Interno inviò l'11 dicembre 1941 al prefetto di Trieste e, per conoscenza, al Governatore della Dalmazia a Zara, ai prefetti di Cattaro Spalato e Parma. I nuovi arrivati furono sparsi tra i comuni di Roccabianca, Sorbolo, Bardi, Bedonia, Traversetolo, Zibello, Langhirano, Sissa, Soragna, Tizzano Val di Parma, Tornolo, Mezzani, Calestano e Borgo Val di Taro.

Ma che cosa voleva dire esattamente internamento nel 1941?  Era uno status di semivigilanza in piccole località, lontane dalle grandi città e dai confini del territorio italiano, dove i civili potevano vegetare, a condizione di non dare fastidio, non mischiarsi con la popolazione, non lavorare, non allontanarsi dal perimetro prescritto, non possedere radio, non leggere giornali stranieri, non ospitare famigliari non autorizzati, non trattenere presso di sé passaporti e altri documenti personali, versare in un conto vincolato denaro eccedente le 100 lire, firmare la presenza tre volte al giorno su di un apposito registro  presso gli uffici comunali. Era permesso corrispondere per lettera con famigliari internati in altri luoghi.

Ogni internato si sceglieva un alloggio, indicato dalle autorità locali e,  in caso di bisogno, riceveva  una piccola somma per la sua sopravvivenza ( 8 lire il capofamiglia, 4 lire gli altri membri, più una indennità di alloggio di 50 lire mensili).

Sotto un regime simile a questo, finirono gli ebrei jugoslavi internati in Italia andando ad ingrossare il già numerosissimo gruppo di ebrei profughi di altri paesi.  Erano questi austriaci, tedeschi, polacchi, cecoslovacchi fuggiti dai locali antisemitismi  e dalle armate di Hitler avanzanti in tutta Europa.  Si erano trovati in Italia in transito per paesi terzi, ma  erano rimasti bloccati dallo stato di guerra. Apolidi o in possesso di nazionalità di stati che conducevano politica antiebraica, con grave provvedimento di polizia, erano stati strappati dalle case provvisorie dove si erano sistemati in attesa di trovare un visto di entrata verso paesi terzi. Incatenati come criminali, erano stati rinchiusi nelle carceri delle principali città e internati in campi di internamento come Ferramonti di Tarsia (Cosenza) o Campagna (Salerno) o Civitella del Tronto (Teramo) o altri, e se ne mancava il posto, anche in piccoli centri rurali o montani. La loro situazione fu penosa per la separazione dalle famiglie, l'estrema rudezza della vita dei contadini in mezzo ai quali andavano a stare se esiliati in remoti paesini, l'inedia intellettuale e sociale a cui furono costretti. Il provvedimento di internamento per questi ebrei stranieri era stato  reso operativo dal giugno del 1940, all'indomani dall'entrata in guerra dell'Italia.

Il sussidio per gli ebrei profughi stranieri bisognosi non fu esteso automaticamente agli jugoslavi cui, anzi, fu chiesta una dichiarazione di capacità economica autonoma come condizione dell'internamento in territorio italiano. Gli ebrei stranieri (tutti gli ebrei stranieri non solo gli jugoslavi) internati nella provincia di Parma tra il giugno del 1940 e l'8 settembre 1943 furono in totale 374, distribuiti tra  diverse piccoli centri: Bardi, Bedonia, Berceto, Borgotaro, Calestano, Langhirano, Medesano, Mezzani, Montechiarugolo, Monticelli Terme, Roccabianca, Roccalbegna, San Secondo parmense, Scipione di Salsomaggiore, Sissa (e Gramignazzo di Sissa), Soragna, Sorbolo, Tizzano Val Parma, Tornolo, Traversetolo, Zibello.

Dei 212 jugoslavi provenienti da Sarajevo internati nella provincia di Parma, dopo l'8 settembre del 1943 e l'inizio dell'occupazione tedesca e l'alleanza con la Repubblica Sociale Italiana gli arrestati e deportati furono 36.

I luoghi del loro arresto sono: Bedonia, Calestano, Mezzani, Tizzano, Traversetolo. Gli autori degli arresti furono tutti italiani, probabilmente carabinieri che, dopo l'emanazione dell'ordine di arresto della Repubblica Sociale Italiana, fin dalle prime luci dell'alba del 1 dicembre 1943 , iniziarono a recarsi nei luoghi di residenza coatta degli ebrei stranieri e nelle abitazioni degli ebrei italiani per arrestarli. Si può dedurre che, nei centri sopraddetti, la polizia locale agì con maggior zelo che negli altri casi e colse impreparati gli internati liberi. Nei comuni diversi da quelli suaccennati, la prontezza di spirito  fece allontanare i profughi dal loro luogo di residenza per tempo e nascostamente. 

Alcuni jugoslavi di Sarajevo internati nel parmense furono arrestati ugualmente dopo essersi allontanati dalla loro residenza coatta  o più tardi, sulla via della loro fuga, come ad esempio la famiglia Israel (Flora, Jesua e il figlio Moshe) internata a Langhirano, in seguito arrestata  a Lanzo d'Intelvi mentre si stava dirigendo verso Svizzera. Imprigionata nel carcere di Como, fu riportata, come era prassi, a Parma  da dove era originato il suo allontanamento.

Anche Jacob Musafija, zio dei piccoli Erna e Asher Finci, dei quali stiamo seguendo la storia, scelse, assieme al fratello Haim, di dirigersi verso il sud anziché, come il resto della famiglia verso il nord e la Svizzera. Rileviamo dal libro di Marco Minardi la triste vicenda di Jacob, mentre la vicenda di Haim è costituita da una serie di fortunate coincidenze che lo portarono alla salvezza. I due lasciarono Gramignazzo di Sissa in direzione di Parma. Si presentarono a quell'ufficio anagrafe  dichiarando di essere sfollati da Bari e di volersi stabilire provvisoriamente in città malgrado avessero perso i loro documenti di identità. Furono fortunati perché l'impiegata accettò la loro denuncia di residenza per sfollamento. Il giorno seguente, i due fratelli si presentarono all'ufficio della polizia urbana muniti dei cartellini rilasciati dall'ufficio anagrafe per richiedere la carta d'identità, che fu loro concessa anche per la grande confusione che regnava  in quell'ufficio. Il loro nuovo nome era Vittorio e Alfredo Politi. Forti dei nuovi documenti, si diressero verso Firenze dove purtroppo vennero scoperti e arrestati agli inizi di dicembre del 1943 e rinchiusi nel carcere delle Murate. Da lì furono rinviati nella provincia di Parma da dove aveva avuto origine la loro fuga. Haim si ammalò e fu ricoverato momentaneamente nell'Ospedale Maggiore di Parma da dove venne fatto fuggire da una eroica infermiera di nome Maria, membro della resistenza locale, della quale ignoriamo il cognome. Maria si recò dai genitori di Finzi, si fece dare degli abiti che portò all'ospedale. Vestito di abiti da passeggio, Haim oltrepassò la porta principale e uscì per strada dove lo attendeva la figlia di Maria che lo prese a braccetto e lo condusse in salvo. 

Jacob fu costretto invece a seguire la triste sorte degli ebrei arrestati nel parmense. Rinchiuso nel castello di Scipione di Salsomaggiore, fu poi avviato nel campo di Fossoli e da lì deportato nel campo di sterminio di Auschwitz il 5 aprile del 1944, dove scomparve.

Tutti gli ebrei, italiani o stranieri, arrestati a Parma e in provincia seguirono la stessa sorte: imprigionati a Monticelli, negli alberghi Terme e Bagni, se donne e bambini,  nell'ex castello di Scipione se maschi, e da lì portati nel campo di Polizia e di Transito di Fossoli di Carpi per essere avviati in treno verso il campo di sterminio di Auschwitz in Alta Slesia.

Ma tutto ciò avvenne dopo la firma da parte dell'Italia dell'armistizio con gli anglo-americani e il tentativo di districarsi dalla morsa dell'alleanza con la Germania nazista (settembre 1943).

Ritorniamo ora ai Finci/Finzi/Musafija sbarcati alla fine del 1941  a Gramignazzo e a Sissa.  Suscitarono grande curiosità, ma furono subito bonariamente trattati dalla comunità locale che iniziò con loro scambi di merci, di cibo, di idee, di buone serate passate assieme.

Nessuno badò alla prescrizione di isolare questa gente che veniva da lontano e che era in grado di parlare diverse lingue:   tedesco,  francese, ungherese, oltre che,  come abbiamo detto, il serbo croato e il ladino.

I ragazzi erano mediamente più istruiti di quelli locali e impararono presto l'italiano. Moise Finzi insegnò stenografia al vicino di casa  Ezio Bosi, mentre  si organizzarono gite in bicicletta lungo l'argine del fiume e nuotate in comune. I bambini giocavano con i bambini dei vicini. I più grandi studiavano sui libri mandati loro dall'Organizzazione di soccorso ebraica DELASEM (Delegazione Assistenza Emigranti Ebrei). Gli adulti erano più riservati e stavano per lo più in famiglia, cercando di far passare il tempo giocando a carte tra di loro. Le restrizioni erano anche non poter prendere la corriera, non poter allontanarsi dal paese, per i bambini, non poter frequentare la scuola locale.

Malgrado i divieti, in estate i ragazzi Finzi, Finci, Papo si univano ai locali per fare il bagno nel fiume Po. Andavano nel vicino paese di Torricella di Sissa e poi a nuoto attraversavano il fiume Po e approdavano sulla bella spiaggia posta a  Torricella del Pizzo (provincia di Cremona); là c'era un podere dove si coltivavano i cocomeri e dove tutti facevano grandi scorpacciate. I giovani jugoslavi erano buoni nuotatori, una volta, durante queste sortite,  un giovane di Sissa (Enzo Calzolari) si trovò in difficoltà e Moisè Finzi  lo salvò, guadagnandosi l'ammirazione e l'affetto delle famiglie locali.  

Nel 1942  la Pasqua ebraica cadde nei giorni 3-8 aprile, per quell'occasione la  DElASEM fece avere a tutti gli internati del pane azzimo, mentre non fu concesso al rabbino di Parma, Enrico Della Pergola (poi tragicamente colpito con l'arresto e la deportazione della moglie e dei due giovani figli)  di  recarsi nei comuni di internamento per le funzioni religiose.

La famiglia di Josef Finci instaurò con i Ponghellini, loro vicini di casa, una consuetudine e una solidarietà straordinaria.  In particolare, Erna ricorda con molto affetto la signora Esterina Poletti Ponghellini, moglie e madre della famiglia contadina che  fu di aiuto alla sua mamma in tutti i modi, nella tenuta della casa e nella sorveglianza dei bambini.

L'altra famiglia locale importante,  Pizzi, invitava i Finci a pranzi e a serate musicali, mentre il podestà di Sissa, Guerino Bianchini,  di sentimenti fascisti, nei loro confronti  era molto rispettoso.  Quando  guidava il suo  calesse e incontrava per strada  il nonno  gli diceva: "per le leggi razziali, non posso offrirle un passaggio, ma scendo e cammino con lei".  Fu lui poi, nel momento del bisogno, a permettere che si fornisse alla famiglia  documenti falsi e false  tessere annonarie.

La vita trascorse tranquilla, funestata il 29 maggio del 1942,  dalla morte nel suo letto della nonna Rifka, cui fu fatto un funerale con rito ebraico - allora si poteva ancora -  e fu sepolta nel cimitero di Parma.

Dopo quasi due anni passati in questo modo, all'improvviso la situazione, con il precipitare degli avvenimenti politici, si fece di nuovo pericolosa per gli ebrei, i tedeschi divenuti, da alleati, alleati/occupanti, esportarono in Italia la loro politica di sterminio già messa in atto nel resto dell'Europa occidentale, inaugurata nella primavera del 1942.

Gli ebrei, italiani e stranieri, che si trovavano allo scoperto, furono costretti a passare nella clandestinità. Chi si trovava nelle grandi città cercava di occultarsi nelle campagne o nei conventi, gli stranieri che, come i Finci, avevano sviluppato relazioni di amicizia con le popolazioni locali furono aiutati dalla stessa popolazione a procurarsi false carte di identità e a dirigersi verso luoghi sicuri. Come racconta Marco Minardi nel suo libro Invisibili, tra la fine di settembre e la prima settimana di ottobre, le numerose famiglie jugoslave cercarono di sparire dalla circolazione, una specie di "evasione" silenziosa e di massa. Il capo della Provincia di Parma, Antonio Valli, scrisse al Ministero dell'Interno il 26 ottobre 1943 che "in occasione dei recenti avvenimenti molti internati isolati in Comuni di questa Provincia si sono abusivamente allontanati per ignota direzione".

Anche i Finci, consci del pericolo che li minacciava, lasciarono, con il favore della notte, la loro residenza abituale di Gramignazzo , potendo contare sull'appoggio e l'aiuto della loro cara vicina di casa Esterina Poletti Ponghellini.  Il loro primo rifugio fu infatti un ricovero attrezzi in mezzo alla campagna coltivata a vigneto  dai Ponghellini, a pochi chilometri di distanza dalla loro abituale residenza.

Esterina, di nascosto, portava loro il cibo e il vestiario necessario, ogni notte, attraversando la campagna a piedi e a grave rischio. Ma non fu la sola a muoversi in loro favore, con una notevole rete di solidarietà, anche l'impiegato dell'Ufficio anagrafe del Comune di Sissa, Alfiero Azzali, per mezzo della figlia Maria Teresa e, connivente il podestà, procurarono carte di identità in bianco. 

Fausto Catelli, che conserva la memoria locale di questi avvenimenti,  ha scritto nel 2005 (in occasione di una visita di Erna Finci con il marito,  il grande scienziato Andrew Viterbi)  il libro Non solo deportazione. La shoah è passata anche da Sissa. Pubblica diverse testimonianze sulla vicenda del soggiorno a Gramignazzo degli ebrei jugoslavi e in un'intervista,  Maria Teresa Azzali   così  ricorda gli avvenimenti: "Mio padre mi chiamò e mi consegnò una busta che dovevo portare a Gramignazzo. Mi infilai nella maglietta la busta ... Non sapevo precisamente cosa contenesse ma avevo capito bene le raccomandazioni che lui mi aveva fatto: "Va a Gramignazzo e consegna questa busta ad un signore che ti aspetta sul cancello che sta di fronte al panificio in fondo al paese. Fa in fretta, non fermarti a chiacchierare con nessuno....comportati indifferentemente e torna a casa dopo aver consegnato la busta.  In bicicletta da Sissa andai nella frazione di Gramignazzo...consegnai la preziosa busta. Sulla via del ritorno, tra Sissa e Borgonovo, da lontano vidi mio padre che, trepidante, mi veniva incontro. Visto che mi aveva raccomandato di fare l'indifferente, gli feci un piccolo salutino che significava che era andato "tutto bene", e come se niente fosse, separatamente, ritornammo a casa. Di questa faccenda mia madre non ne sapeva niente". Questi documenti in bianco furono riempiti col  falso nome  di Orsini, fintamente sfollati dalle regioni dell'Italia meridionale già liberata dagli alleati. Dopo qualche giorno passato nel casolare, gli ebrei jugoslavi, con mezzi di fortuna, andarono a Parma e vennero ospitati da amici fidati di Rolando Pizzi e del Podestà di Sissa.

I carabinieri, il 23 settembre 1943, fecero un rapporto alla Questura che gli ebrei di Sarajevo si erano "misteriosamente allontanati nella notte tra il 15 e il 16  in ore imprecisate per destinazione ignota". Il podestà pur avendo partecipato in prima persona al "crimine" denunciò il fatto, per cosiddetto dovere di ufficio. A quel punto, non era più prudente stare tutti assieme, le strade di ogni nucleo famigliare si divisero. Non sono riuscita a seguire le tracce di tutti, ma so che i 4 Finci (Josef)  furono ospitati, passando per sfollati (ma tutti avevano subodorato che ci fosse qualche cosa di più, afferma Asher) presso la famiglia di Vittorina Contini a Parma, in Via Corso Corsi, 68. Il nonno Kalmi abitava, con i Najman, presso un'altra famiglia di Parma. I 4 Papo (Isidoro) furono generosamente ospitati a Parma, in casa di Mario-Severino Alfieri, proprietario di una distilleria e una rivendita di olio in Via Ortles.  Vivevano nella paura di essere scoperti, tanto che Alfieri staccò il campanello di entrata che, ogni volta che suonava, li terrorizzava. Alfieri procurò ai Papo, che avevano bisogno di denaro, anche un compratore per i gioielli che si erano portati da Sarajevo per sicurezza; era un amico, un certo signor Mario Ugoletti.

Su questa parte della vicenda, Fausto Catelli mi ha gentilmente messo a disposizione la seguente drammatica testimonianza raccolta  dalla figlia di Alfieri, Anna Claudia.

 "Avendo una grande casa, ma specialmente "un grande cuore", mio padre, su segnalazione di alcuni amici, diede la sua disponibilità ad accogliere e "nascondere" Papo Isidoro e la sua famiglia, visto che dopo l'8 settembre 1943 con l'occupazione militare delle truppe naziste a Parma, la loro situazione di "ebrei internati a Sissa" era facilmente individuabile e quindi pericolosa, perché era cosa risaputa del trattamento che i nazisti riservavano agli ebrei nei territori da loro occupati: arresti e deportazioni. Arrivarono quindi a casa mia Papo Isidoro con la moglie Finzi Simbula, la figlia Renci e il figlio Mico, che io avevo già conosciuto a casa di amici di famiglia a Gramignazzo e Sissa...Sempre durante quel periodo, mio padre incontrò a Parma un suo vecchio amico di infanzia di Langhirano, Giacomo Ferrari, (Comandante partigiano "Arta") rientrato nella nostra città dopo una lunga assenza prima in Francia e poi a Milano dove aveva frequentato gli ambienti della Resistenza antifascista.  Gli eventi determinati dall'annuncio dell'avvenuto armistizio con le Forze Anglo-Americane con conseguente massiccia invasione tedesca sul territorio italiano, lo aveva spinto a ritornare nella sua città per organizzare una Resistenza partigiana sull' Appennino parmense. Passando per un ricercatore di giacimenti minerari da sfruttare, percorse le zone di montagna e iniziò subito ad organizzare le basi per una futura guerriglia partigiana. Naturalmente il suo comportamento non poteva passare inosservato e così per eludere la sorveglianza, venne accolto, saltuariamente, a casa nostra in via Ortles, ormai diventata rifugio dei perseguitati, da dove proseguì la sua attività antifascista. Io allora ero una giovane ragazzina e non ero al corrente della reale attività svolta da Giacomo Ferrari; sapevo che era un vecchio amico d'infanzia di mio padre e basta. Solo dopo, venni a conoscenza della sua reale personalità, infatti era un esponente importante della Resistenza in quanto Comandante unico per la zona dell'Ovest-Cisa con il nome di battaglia di Arta. Nel 1944, ci siamo trasferiti a Langhirano dove avevamo la vecchia casa di famiglia. Questa decisione venne presa in conseguenza ai continui bombardamenti sulla città e dalla notizia arrivata a mio padre che lo metteva in guardia in quanto la nostra casa era già stata individuata come "rifugio di  ricercati". Abitavamo quindi a Langhirano quando un giorno l'avvocato Mazza (?) consigliò mio padre di fuggire e raggiungere i partigiani sulle montagne perché i nazi-fascisti avevano saputo della sua collaborazione nei confronti dei partigiani svolta a Parma. L'8 settembre 1944 mio padre uscì di casa e si avviò per raggiungere l'Appennino ma qualcuno era venuto a conoscenza del suo programma-fuga e aveva avvisato i nazi-fascisti, così già da giorni lo tenevano sotto controllo e visto che il passaggio quasi obbligato per raggiungere i partigiani era la Località "Carretti", essi  vi si appostarono e attesero il suo arrivo. Vistosi seguito, si nascose dietro ad un cespuglio in località Pilastrello dove venne raggiunto, scoperto e freddato con una pallottola alla nuca. Aveva solo 51 anni. Così è stato ucciso mio padre, la cui colpa è stata quella di aver creduto nella libertà, nella democrazia e di aver accolto nella sua casa di via Ortles a Parma , nel più assoluto riserbo, ebrei e partigiani e aver collaborato silenziosamente alla realizzazione della Resistenza".

A  Parma, i Finci  vivevano in completa clandestinità, uscendo poco di casa e imponendo al padre Josef  di fingersi sordo-muto perché la sua pronuncia non lo tradisse. La vera salvezza era però solo la Svizzera e ogni sforzo era teso ad organizzare la fuga verso quel paese.

Si mosse per primo Isidoro Papo con la famiglia, attraversò la frontiera il 29 novembre 1943; poi si mosse Alberto Finzi con la famiglia, entrando in Svizzera il 6 dicembre successivo. Per quanto riguarda Josef Finci e famiglia, egli indugiò più a lungo, con la parte della famiglia Najmann, riuscendo ad attraversare la frontiera solo il 6 aprile 1944.

Le notizie sull'organizzazione della fuga sono vaghe: secondo la testimonianza di Asher Finci, anche suo  padre si mise in contatto con  Mario-Severino Alfieri perché li aiutasse, come aveva già fatto per i Papo.  "Arta" stesso, o qualcun altro, venne a prendere a Parma i Finci,  viaggiò con loro fino a Milano e da Milano a Como, poi li fece salire  su una barca e li portò a Moltrasio, sul lato occidentale del lago. Li lasciò in una casa contadina del luogo da dove, a piccoli gruppi, partirono, alle dieci di sera, per attraversare clandestinamente la frontiera. Si trattava di salire sul monte Bisbino a 1.315 metri di altitudine lungo sentieri mal tracciati e ridiscendere dalla parte della Svizzera italiana. La camminata durò ore, la pendenza non era eccessiva, in media 7%, sicchè tutti i membri della famiglia, pur con fatica, riuscirono ad affrontarla.  Solo il nonno, Kalmi Musafija, fu portato a braccia in barella perché troppo anziano per poter mettere in gioco le sue forze.

Partirono per primi la famiglia di Erna e di Asher, con lo zio Haim,  fuggito dalla prigionia. In lontananza si sentivano gli ululati dei cani e le guide spiegarono che si trattava dei cani dei tedeschi. La  settimana successiva partì il secondo gruppo, composto dai Najmann e dal nonno. Alla fine di aprile del 1944, tutta la grande famiglia aveva ormai passato la rete confinaria e si trovava sana e salva in Svizzera, il primo paese incontrato fu Bruzella, poi Balerna e Mendrisio. Mancava all'appello solo lo zio Jacob Musafija.

Qualche dubbio sul destino dell'altra famiglia Papo, quella di Abramo, sussiste. Non è entrata in Svizzera perché non esiste il verbale di ingresso relativo a loro,  non compare nel Central Data Base of Shoah Victims di Yad Vashem, né, d'altra parte, al CDEC  li abbiamo mai intercettati con la ricerca sui deportati dall'Italia. Secondo la testimonianza di Asher Finci, sarebbe tutta perita, ma con la ricerca sugli ebrei stranieri internati di Anna Pizzuti, si è potuto sapere che il figlio, Giacomo Papo, si trovava il 1 settembre 1944 vivo a Bari. Ulteriori ricerche andranno ancora condotte per ritrovare Abramo, la moglie Zafira e l'altro figlio Josef.

Molto tempo dopo questa vicenda, a lieto fine per alcuni, molto drammatica per altri, ho trovato  nell'archivio del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea un interessante documento. E' una lettera postbellica, scritta il 28 luglio 1945, dall'avvocato Giacomo Ottolenghi di Parma anch'egli rifugiatosi in Svizzera, nella quale ringrazia il responsabile dell'Ufficio stranieri della questura di Parma, Emilio Cellurale, per la sua opera in favore degli ebrei braccati nel parmense e lo nomina anche come fornitore dei documenti falsi alla famiglia di Isidoro Papo.  

Gli ebrei di Sarajevo devono dunque la loro salvezza al reticolo di solidarietà che venne stesa attorno a loro da  semplici cittadini incontrati sulla loro strada e perfino da pubbliche autorità che operarono contro gli ordini ricevuti. L'Italia del 1943-1945 fu anche questo.

 

*Ringrazio Fausto Catelli per l'aiuto e la disponibilità dimostratami nella stesura di questo articolo.   

 

Bibliografia:

Bonardi P., Propaganda antiebraica sulla stampa parmense (1938-1945) e gli ebrei internati a Calestano, Parma 1998.

Catelli Fausto, Non solo deportazione...la Shoah è passata anche da Sissa, Sissa 2005.

Galvagno Maurizio, La Chiesa e il salvataggio degli ebrei nel Parmense, in "Storia e documenti", n.6, 2001, pp.65-80.

Minardi Marco, Tra chiuse mura. Deportazione e campi di concentramento nella provincia di Parma 1940-1945, Comune di Montechiarugolo 1987.

Minardi Marco, Invisibili. Internati civili nella provincia di Parma 1940-1945, CLUEB, Bologna 2010.

Picciotto Liliana, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall'Italia 1943-1945, Mursia 2002.

Picciotto Liliana, ricerca Memoria della salvezza: video interviste a Erna Finci, a Asher Finci,  audio intervista a Ezio Bosi e a Ester Poletti Ponghellini.

Pizzuti Anna, Ebrei stranieri internati in Italia durante il periodo bellico, in www.annapizzuti.it.

Rochlitz Joseph, The Righteous Enemy. Document Collection,  Roma 1988 (ciclostilato in proprio).

Rodogno Davide, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell'Italia fascista in Europa (1940-1943), Bollati Boringhieri, Torino 2003.

Shelah Menachem, Un debito di gratitudine. Storia dei rapporti tra l'esercito italiano e gli ebrei in Dalmazia (1941-1943), Stato Maggiore dell'Esercito, Ufficio Storico, Roma 1991.

Voigt Klaus, Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945, La Nuova Italia, Firenze 1996.

www.nomidellashoah.it  a cura della Fondazione CDEC

 

http://www.cdec.it/home2_2.asp?idtesto=1572&idtesto1=1572

 

Elenco internati civili a Sissa
Elenco internati civili a Sissa

 

http://www.annapizzuti.it/

per farsi un'idea... consulta le banche dati

 

http://primolevicenter.org/printed-matter/from-sarajevo-to-parma/

 

http://www.albimemoria-istoreco.re.it/homepage.aspx

 

http://www.deportati.it/

 

http://www.campifascisti.it/

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Lista_dei_campi_di_concentramento_nazisti

 

http://www.ushmm.org/

 

http://www.criminidiguerra.it/