Villa Simonetta

Villa Simonetta
Villa Simonetta

Il corpo del fabbricato, che volge il retro al Po, si sviluppa su una base quadrata, con la facciata principale arricchita da una doppia scalinata a forbice, che conduce ad un vasto loggiato illuminato da tre fornici sormontati dalle bucature delle finestre del piano nobile.

Nella penombra del portico spiccano, corrosi dal tempo, alcuni medaglioni raffiguranti Imperatori romani e soggetti mitologici che colgono in variati atteggiamenti tre divinità dell’Olimpo: Diana, Venere e Marte, vale a dire la caccia, l’amore e la guerra.

Tale scelta è sicuramente ascrivibile ai proprietari nell’arco temporale in cui i signori di Torricella costruirono e abitarono la principesca dimora.

Procedendo all’interno, un breve corridoio dalle pareti dipinte immette nel salone di rappresentanza, che porta al vertice della volta un rosone su cui signoreggia l’allegoria della Primavera.

Nelle quattro sale che ruotano intorno al salone centrale la soffittatura è arricchita da altrettanti rosoni, in cui è ancora una volta presente il tema mitologico con figurazioni del tempo, di Venere e di Diana cacciatrice.

Particolare interesse rivestono gli infissi d’epoca dall’elegante intaglio, forse prodotti dai ”marangoni” locali, considerata la vocazione artigianale del paese nella lavorazione del legno.

 

 

(Bibliografia: Capelli Giovanni, Sissa e le sue delegazioni, 1996 Ed. Tipolitotecnica, Sala Baganza –pr-)

Dal Vocabolario topografico dei Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla di Lorenzo Molossi, edito in Parma dalla Tipografia Ducale 1832-1834, si traggono le seguenti notizie storiche.

“... Il castello, sì nominato nelle Istorie, che quivi sorgeva tra il Po e il Taro, e che tuttavia gagliardo reggevasi in piedi nella metà del XVI secolo, fu per le acque rovinato ed oggidì non ne apparisce orma. Fu posseduto dai Terzi. Presidiavanlo i Veneziani nel 1427, allorquando Filippo Maria, duca di Milano, lo fece stringere ed assalire dalla parte di terra e da quella del Po. Resisterono essi con molto vigore, ma alfine dovettero rendersi. Secondo l’Angeli, il duca Filippo Maria lo vendè a Pier Maria Rossi; rovinata questa famiglia, passò agli Sforza. Appresso lo ebbe Alessandro Sforza, conte di Pesaro, al cui figlio Costanzo d’Aragona fu assegnato in feudo nel 1475 dal duca Galeazzo Maria. Morto Costanzo, continuarono a possederlo Camilla, vedova di lui, e Giovanni, suo figlio; ma Lodovico XII, re di Francia, conquistato il Milanese, ne fece dono con Atto dell’11 Novembre 1499 ai fratelli Angelo, Pietro, Paolo e Francesco Simonetta, i discendenti de’ quali lo hanno poi sempre posseduto con titolo di Contea. Anche nel 1551 quel castello, essendo stato ben munito da Ottavio Farnese, resisté ai colpi delle imperiali artiglierie. Vi fu un Convento di Minoriti fondatovi nel 1606 dai Simonetta. ...”. Lo straripamento del Po, di cui parla il Molossi, oltre a distruggere il castello, che, dopo le vicende ricordate, era stato in seguito abbandonato, mutò anche il corso del fiume, dividendo in due parti il centro abitato. ...

Lo sguardo del viaggiatore che arriva da Sissa, all’altezza dell’incrocio con la strada per Gramignazzo non può non essere colpito dalla visione di un imponente edificio che rappresenta uno dei tanti insediamenti signorili tipologicamente simile ad altri ubicati nelle tenute agricole della Bassa Parmense. Si tratta di “Villa Simonetta”, oggi “Pizzi”, databile alla metà del Seicento, quando il feudo di Torricella era governato dai conti Giacomo e Girolamo, dai quali la residenza ha preso il nome. Ci troviamo di fronte ad un insediamento abitativo che ricalca gli schemi a pianta centrale, che ebbero nel Palladio il massimo diffusore nella campagna Veneta, anticipando la scelta, che avrà innumerevoli seguaci, di privilegiare “un amoroso rapporto dell’edificio con la natura e l’ambiente circostante”. La Villa-Palazzo s’inserisce in un contesto urbanistico caratterizzato dalla presenza di aggregazioni edilizie utilizzate come dipendenze coloniche. La presenza di una recinzione stabilisce il limite della proprietà, ma sottolinea più ampiamente le caratteristiche funzionali del complesso, che si configura come “Corte padronale di tipica impronta rurale”. Se il quadro generale dell’insediamento ha mantenuto nel tempo la primitiva configurazione, molti dettagli sono andati perduti, come risulta dall’osservazione della gigantesca “veduta” dipinta da Vincenzo Bertolotti su una parete del salone di Palazzo Sacco a Parma nel 1860. Il corpo del fabbricato, che volge il retro al Po, si sviluppa su base quadrata, con la facciata principale arricchita da una doppia scalinata a tenaglia che conduce ad un vasto loggiato. Nella penombra del portico spiccano, corrosi dal tempo, alcuni medaglioni raffiguranti Imperatori Romani e soggetti mitologici che colgono in variati atteggiamenti tre Divinità dell’Olimpo: Diana, Venere e Marte, vale a dire la caccia, l’amore, la guerra. Procedendo all’interno, un breve corridoio dalle pareti dipinte immette nel Salone di Rappresentanza, che porta al vertice della volta un rosone con l’allegoria della Primavera. Nelle quattro sale che ruotano attorno al Salone centrale la soffittatura è arricchita da altrettanti rosoni, in cui è ancora una volta presente il tema mitologico di Venere e di Diana cacciatrice. Particolare interesse rivestono gli infissi d’epoca dall’elegante intaglio, forse prodotti dai “marangoni” locali, considerata la vocazione artigianale del paese nella lavorazione del legno».